La toponomastica di una città che rispecchi se stessa ed un personaggio
meraviglioso legato ad essa: Carlo Cafiero.
Attraversando il centro storico
della nostra città, Barletta, è facile inoltrarsi lungo una via importantissima,
che collega la zona della Cattedrale di S. Maria a quella dei complessi storici
ed artistici della Cantina della Disfida di Barletta, conducendo poi verso il
Monte di Pietà e Palazzo della Marra.
Turisti ed abitanti la percorrono frequentemente, e chissà quanti si
interrogano o si soffermano un istante a pensare, chi sia il personaggio di cui
porta il nome quella via che, anticamente era più semplicemente detta “Via
delle Carrozze”.
Questa considerazione che
potrebbe sembrare quasi indefinita, teorica e vaga; incontra tuttavia una risonanza più forte e
concreta, nell’epoca dei social network, quando basta aggiungersi ad un gruppo
attorno ad una discussione, e notare con stupore che alcuni pensieri silenti e
considerazioni individuali raccolgono invece un più ampio eco, tra chi aveva
già pensato la stessa cosa- e chi pensandola, la condivide. “Barletta-Cambiamo
il nome a via Cialdini” si chiama un gruppo creato dal basso, da una degli
abitanti della nostra città che interrogandosi sull’identità del personaggio
che dà il nome a quella via lì, (si) interroga giustamente sulla volontà di
cambiamento delle pratiche e delle politiche della memoria locale. In tutto
questo la conoscenza storica e la coscienza etica è determinante quanto
l’importanza di chiedersi il perché delle cose, di andare a fondo, di non
restare indifferenti e prendere una posizione.
Sono tanti i comuni meridionali,
che in maniera “masochistica” hanno intitolato ai propri oppressori delle
strade, delle piazze, delle vie. Certo in queste operazioni, sono racchiuse
parti di quella sporca politica che non ascolta la volontà popolare, o che la
capovolge, oppure potrebbe essere la ripercussione di un certo sapere
nozionistico e neutrale, che serve al consolidamento del potere imposto
dall’alto. Non potrebbe essere
altrimenti, pensando chi è stato Cialdini per l’Italia e per il Sud e cosa
storicamente la sua figura rappresenta. Durante il 1861, l’ anno dell’unità
d’Italia, Cialdini fu un feroce generale che senza scrupoli e con estrema
crudeltà ha capeggiato nelle regioni del sud Italia dure repressioni, arresti
in massa, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro centri
abitati per catturare ed annientare il fenomeno del brigantaggio; facendo
strage di civili innocenti, oltre alle stragi di coloro a cui la storia
dell’epoca dava il nome di banditi, o di briganti, solo perché si ribellavano
dinanzi allo stato di povertà e di ingiustizia sociale da cui erano oppressi.
La carriera del generale
Cialdini, fu prontamente premiata dal regime dei Savoia che premiava la
devozione di chi si batteva per il mantenimento del proprio potere, dunque alla
soppressione dei movimenti dal basso e alle rivendicazioni sociali, che forse
oggi, grazie ad un po’ di coraggio, potremmo sicuramente definire dignitosi e
civili pensando al fenomeno del brigantaggio nel meridione.
Contestare il ricordo,
l’onorificenza data ad un personaggio feroce come un generale che ha
assassinato tantissime persone delle fasce sociali più basse, significa operare
in virtù di una ridefinizione di valori storici da recuperare, di una memoria
sociale che non sia ad esclusivo monito di vertici sordi e dei soliti pochi
eletti.
Occorre recuperare
la storia locale, interrogare la storia non ufficiale e quella ufficiale,
affinchè la dimensione del presente e quella del futuro dialoghi con quella del
passato, per non ricadere in quella sensazione di gramsciana memoria che la
“storia insegna-ma non ha scolari”.
Attorno alla volontà di
“spodestare” Cialdini dalla toponomastica attuale, emergono diverse proposte
per la dedica ad un personaggio che rappresenti bene una via così
caratteristica della città. Una delle idee più sentite e più attinenti, forse
potrebbe essere la dedica ad un personaggio importantissimo della nostra città
come Carlo Cafiero, che considerava il brigantaggio come “ il moto spontaneo di
una plebe affamata ed ingannata”.
Accanto a questo auspicabile
cambiamento, si aggiunge la denuncia che allo stesso personaggio è stata
dedicata una stradina marginale, di poco conto, e ciò non fa che sottolineare
come egli sia stato ridimensionato e trascurato da anni; ed ulteriore
testimonianza di ciò è il fatto che una via più grande, nei pressi del
Castello, prenda il nome di suo padre Ferdinando, piuttosto che di lui,
sociologo meraviglioso discendente più illustre, maltrattato da sempre,
rinchiuso in un manicomio dopo aver viaggiato e scritto opere di importanza
storico sociale e politica di una validità enorme, ed aver lottato sempre a difesa delle classi più
svantaggiate e delle individualità più sfruttate.
In nome del pensiero critico,
della conoscenza, e di una consapevolezza sociale attiva, occorre continuare ad
interrogarsi su quei nomi che la storia dà alla memoria, e su quelli dati in
pasto all’oblio o relegati per anni nell’ombra e, dopo anni spinti
faticosamente in superficie per finire in angusti spazi rispetto alla grandezza
delle proprie esistenze.
Simona Spadaro

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