L'8 marzo è ormai tradizionalmente una
giornata di attenzione ai temi che riguardano tutte le donne, un giorno
dedicato alla riflessione sulla condizione femminile. Un bilancio degli
obiettivi raggiunti e di quanto resta ancora da fare:l’occupazione negata, carriere
discontinue e precarie, le discriminazioni retributive uomo-donna, le
difficoltà di coniugare famiglia, lavoro e carriera, ma anche per sottolineare
quanto, ancora oggi, in molte parti del mondo, ma anche in Italia, le donne
sono vittime di soprusi e violenze soffocate che non hanno ancora rotto il
silenzio.
“Cominciamo col chiederci: perché è così difficile la piena
partecipazione della donna alla vita sociale e politica?
All’origine del "fatto" c'è un
dato storico: il ruolo sociale assegnato alla donna da millenni e cioè quello
di essere rinchiusa in casa, a occuparsi dei figli, della vita domestica e della
cura dell'uomo.
Ritengo che la società occidentale ha
permesso l'inserimento nel lavoro extra-domestico solo a una parte delle donne.
Un gran numero di esse rimane in casa e spende tutte le sue energie -fisiche e
spirituali- nella sfiancante ripetizione dei lavori domestici oltre che
nell’alto ruolo sociale di educatrice e formatrice della propria prole.
La donna che lavora fuori casa, poi, non
per questo ha una piena vita sociale: quando esce dalla fabbrica o
dall'ufficio, inizia il suo lavoro domestico. Un lavoro che fa gravare sulle
sue spalle non solo i "doveri pratici" connessi alle cure familiari,
ma anche quelli "morali": preoccupazioni e attenzioni per quello che
accade ai figli e al marito, cura delle "public relations" con
parenti e amici, etc.
In un
simile quadro, come può la donna, lavoratrice o no che sia, sviluppare
pienamente la propria personalità umana o darsi all’impegno politico? Come può
"staccare" da un simile lavoro full time e concentrarsi su un impegno
"esterno" alla famiglia?
Oggi vige ancora l’assunto per cui: l'uomo
è finalizzato alla vita sociale, la donna -su tutti i piani- è finalizzata alla
vita sociale dell'uomo.
Questo aspetto della divisione sociale del
lavoro produce automaticamente la marginalizzazione della donna dalla vita
politica o la sua collocazione in incarichi che si suppongono più confacenti
alla sua natura sessuale.
Così, anche quando la donna è in grado di
spezzare quei vincoli domestici che la trattengono e si inserisce in modo non
subordinato nell’attività di un partito politico, alla donna viene delegata la
rappresentanza della "specificità" in una chiave tutta strumentale al
procacciamento del consenso dell'universo femminile e per di più, se ella vuole
farlo ai "massimi livelli", è di fatto spinta ad assumere metodi e
comportamenti propri dell’universo maschile.
Una donna deve sapere di potere essere
protagonista della vita politica, della vita professionale, della vita sociale
e della vita familiare, e deve essere consapevole di poter essere tutto questo
con naturalezza e successo…
Le
donne non sono una questione o un problema sociale; né una minoranza da
tutelare, giacché incarnano la maggioranza della popolazione italiana. Se vi è
una ‘questione’ è quella di una politica caparbiamente maschile, perciò
parziale, a fronte di una società prevalentemente femminile. Ecco perché tenere
fuori le donne dai luoghi di decisione è un freno allo sviluppo del Paese.
La parità e la piena
integrazione delle donne nella società sono elementi fondamentali perché
consentono di creare le condizioni per dar vita al confronto per un percorso
comune di crescita nel nostro Paese. Tale percorso porterebbe ad una sana collaborazione
tra uomo e donna eliminando quel brutto retaggio culturale che sacrifica il
ruolo della donna nelle attività politiche istituzionali e che semmai lo
consentisse rappresenterebbe soltanto una sorta di favoritismo che andrebbe
ancor di più a sminuire il ruolo femminile ancora una volta in una posizione di
subalternità dell’uomo.
Allora
che fare?
Il mio modesto pensiero mi porta ad affermare che bisogna enfatizzare le
differenze di partenza e, attraverso un'attività pianificata, lavorare nella
direzione di scardinare pregiudizi e classificazioni sulla base delle quali
l’uomo è capace e specializzato e la donna soggetto esecutore a lui sottoposta.
Questo significa che, con adeguate misure, si tratta di lavorare per promuovere
e rendere più qualificata la partecipazione della donna alla vita politica.
Tant’è che ancora oggi non sono state messe
in atto politiche serie rivolte al sociale e ai servizi della persona con
l'unico risultato che la donna si trova ancora costretta a scegliere tra
vita privata e professionale.
Si tratta di sensibilizzare su questo tema
l’opinione pubblica, e modificare una cultura politica che, ancora oggi,
considera l’uomo il legittimo protagonista della gestione dello Stato.
Questo significa mettere in campo un’azione
innanzitutto culturale oltre che antropologica tesa a modificare le attuali
concezioni sui ruoli sociali all’interno della nostra società.
In più, occorrono delle misure concrete che
promuovano la partecipazione politica delle donne.
Questo 8 marzo 2013 serva a tutti noi per riflettere, affinché il ruolo femminile sia posto al centro di una nuova cultura politica e sociale degna del cambiamento del mondo che avanza: “Una ragazza non dovrebbe aspettarsi speciali privilegi per il suo sesso, ma neppure dovrebbe adattarsi al pregiudizio e alla discriminazione. Deve imparare a competere... non in quanto donna, ma in quanto essere umano”. Betty Naomi Friedan.
Patrizia
Irene Pisicchio
Portavoce
provinciale Bat

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