Un campione,
nel senso letterale, è Pietro Mennea, distintosi sin da giovinetto per la sua
velocità, sprigionata dalle sue gambe, paragonabili a ruote di auto,
sfreccianti sotto l’impulso di un acceleratore, messo a tavoletta. Nella sua
storia agonistica, è opportuno, comunque, menzionare Ruggiero Mascolo, suo
professore di educazione fisica, che lo ha allenato e lanciato nella
competizione sportiva, avendo intravisto in lui qualità eccezionali come atleta
nelle corse di velocità. Non vi è dubbio che se fosse vissuto, ai tempi delle
olimpiadi greche, certamente non gli avrebbero risparmiato la corona di alloro
e qualche incarico politico di prestigio, non attribuitogli, però, in occasione
di una sua candidatura a primo cittadino e ciò, forse, potrebbe essere stato
causato da una presenza non assidua nella sua città natale, ma oggetto, giorni
addietro, di grande ed entusiastica attenzione popolare alla
presentazione di un suo libro. L’atletica è una disciplina povera nel
senso che non abbisogna di particolari strutture ovvero impianti, perché gli è
sufficiente una pista per correre nelle manifestazioni ufficiali e per
allenarsi ogni spazio libero è idoneo a formare campioni, per quali sono
necessari una maglia, un calzoncino e tanta birra nelle gambe, e, per di più,
qui il denaro non scorre a cascata come in altri sport. La corsa rappresenta,
tutto sommato, la metafora di un Mezzogiorno, assopito non solo nei pomeriggi
canicolari ma, soprattutto, nelle iniziative in genere per stimolare e
coordinare la voglia dei giovani d’oggi, che si devono munire di poche robe per
correre e raggiungere traguardi, che sorridono, purtroppo, a quei pochi che
riescono a farcela. I più fortunati negli sports, per la verità in numero
esiguo, finiscono per essere collocati in una dimensione fuori della realtà, a
cagione di un impetuoso effluvio retorico, da cui sono investiti. Mentre sui giovani, su cui non si accendono i fari come nelle gare sportive, e che corrono, dal Sud al Nord, gareggiando con le proprie intelligenze, la retorica rimane muta per chissà quale motivo.
cagione di un impetuoso effluvio retorico, da cui sono investiti. Mentre sui giovani, su cui non si accendono i fari come nelle gare sportive, e che corrono, dal Sud al Nord, gareggiando con le proprie intelligenze, la retorica rimane muta per chissà quale motivo.
Emanuele
Porcelluzzi
(libero giornalista)
(libero giornalista)

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