- Dove vai?
- Al cinema.
- E che si fa?
Non fanno più “Quo vadis?”. Nella sala B del cinema di fronte a casa mia, in programmazione c’è l’ultimo film di Clint Eastwood, con Matt Damon.
Il cinema è assediato, da gente che solitamente non frequenta quegli stanzoni, spesso bui, con uno schermo, tante poltrone e un videoproiettore. Stranamente, al botteghino, persone di qualsiasi età, qualunque ceto, ogni giorno e ad ogni ora. C’è chi acquista, chi prenota, chi domanda. Tutti vogliono vedere la stessa cosa e fanno a gara per vederla quanto prima. Nella sala A. Checco Zalone cade dalle nubi ed è convinto sia una bella giornata. Certo, per lui, che è record di incassi in soli due giorni.
Un attore, regista, produttore e Premio Oscar, americano è totalmente ignorato e completamente battuto da un cabarettista, comico, musicista e “attore”, italiano.
Il primo giorno, mercoledì: una sala è piena, l’altra vuota. Si parla di un problema tecnico che fa attendere solo due folli amanti del cinema un’ora. Sarà inutile aspettare. La sala è stata attrezzata da poco per proiettare i film in 3D e qualcosa impedisce la normale visione dello spettacolo.
Il secondo giorno, giovedì: la solita sala è affollata, l’altra frequentata. Ma è avvenuto un cambio, della “pellicola”. A grande richiesta, così dicono, per un giorno, tornano Le cronache di Narnia, terzo capitolo fantastico.
Il terzo giorno, venerdì: non tengo d’occhio la situazione del Teatro Politeama Italia e decido cosa farò sabato sera. Andrò a cinema. A vedere un gran film.
Il quarto giorno, sabato: per non rischiare di andare a cinema a vuoto, telefono. Nessun problema in sala. Per fare il biglietto ci vuole tempo e… fortuna. Non tanto per i posti a sedere, quanto per il posto in cui farli! All’interno o all’esterno? Tra popcorn e patatine o al freddo e al gelo? Questo è il problema.
Lo spettacolo è alle 22.00 e il biglietto arriva persino in anticipo, alle 21.59, un quarto d’ora prima che la porta della sala B si spalanchi per lasciar passare quel discreto pubblico intenzionato a vedere quel thriller pesante - dice la restante folla. Finita l’attesa e salite le scale, ci si accomoda.
Le pubblicità e i trailer, guardati da pochi, non si vedono molto bene. L’immagine è sfocata, non riempie nemmeno lo schermo. Ci sono continui cambiamenti di messa a fuoco e brevi momenti in cui l’immagine sembra nitida.
Si spengono le luci e il film inizia, normalmente. La magia dura pochi minuti. Sullo schermo si susseguono scene annebbiate. Le casse parlano francese. E non c’è alcun supporto visibile di sottotitoli.
L’attento spettatore (basso, quello della prima fila) nota sul palcoscenico qualche lettera bianca. Lo spettatore distratto (alto, quello dell’ultima fila) sente del calore sul proprio collo. Il primo pensa alle traveggole e il secondo al termostato. La spiegazione è un’altra. Il film è dotato di sottotitoli ma… un po’ sono su quel palco e un po’ sono su quella nuca.
Uno, perspicace, esce dalla sala per avvisare qualcuno. In tutto ciò lo spettacolo va avanti. E lo tsunami, devastante, ci fa ringraziare di essere solo molto lontani. Le scene sott’acqua continuano ad essere più mosse del dovuto. Io, intollerante, scendo per lamentarmi con qualcuno. I miei interlocutori sono pesci dalla bocca aperta incapaci di dare risposte. Risalgo per vedere altre immagini, realmente pensate dal regista incerte. Il confine tra la vita e la morte è sottile per la protagonista, appena travolta nel film, come per tutti, appena coinvolti nel film.
Continuamente nere figure di uomini e donne, sullo sfondo di uno schermo inguardabile, abbandonano film e poltrona. Lo spettacolo è ormai sulle scale. Gli ultimi a lamentarsi hanno vivamente chiesto l’interruzione dello strazio. In fila c’è chi si fa rimborsare e timbrare il biglietto. Con la promessa di tornare per l’ultima volta a quel cinema in cui sono praticamente cresciuta, ho voluto ritentare il giorno dopo.
Il quinto giorno, domenica: questa volta provo col primo spettacolo, quello delle 16.45. Puntuale, con il biglietto già strappato, mi faccio largo nella confusione dei seguaci del cozzalone. Il tempo di salire le scale che il primo fotogramma, chiaro, è già sullo schermo. Non mi sembra vero. E rivedo, o meglio vedo con precisione, quelle scene già familiari rispolverate. E leggo i sottotitoli delle battute iniziali in francese.
La prima ora di film scorre. Nessuno pensa più ad un guasto. Che invece è dietro l’angolo. Buio totale sullo schermo durante un’azione della protagonista, una ricerca in rete. Le luci sono accese.
Una, veloce, si alza, per avvisare qualcuno. Si aspetta un quarto d’ora. Io, impaziente, scendo per protestare. Stesso sgomento della sera prima, si boccheggia; i presenti, mai visti negli anni passati, si passano la parola senza dirne una. Ci si meraviglia ancora che ci siano problemi tecnici e si ipotizza l’intervallo! Sì, certo, perché non tagliare un’azione in scena? Salgo per sentire la musichetta di sottofondo e per leggere la scritta INTERVALLO sullo schermo. Almeno hanno avuto il buon senso di non farci aspettare oltre e il film è ripreso.
Non è mai stato così deprimente, così irritante, così spiacevole, così fastidioso, essere a cinema. O forse sì. Disguidi ci sono stati altre volte. Per l’audio del film, per il chiasso degli spettatori, per l’immagine distorta. E nonostante tutto il costo del biglietto, ultimamente, per un noto film, è addirittura aumentato. E il servizio è paradossalmente peggiorato.
HEREAFTER significa in seguito, più avanti. Ci hanno invitato a tornare per lo stesso o per altri film in seguito. Più avanti non tornerò.
Francesca Di Bitetto

Nessun commento:
Posta un commento