Una estate maledetta questa del 2012 segnata più
di altre da incendi che hanno distrutto una importante parte del
patrimonio boschivo del Parco Nazionale dell’Alta Murgia o altre aree di
pregio. L’ultimo in ordine di tempo, sabato 18 agosto, ha interessato
100 ettari di bosco e pascolo ad Andria, in località Bosco di Spirito.
Anche qui, per le operazioni di spegnimento oltre a numerose squadre di
terra sono dovuti intervenire tre velivoli Fire boss. La Murgia è una
distesa di grigio che offende il sentire comune sull’area protetta. A
Minervino Murge, come a Spinazzola, Ruvo, Gravina, Altamura, Santeramo,
solo per citare i territori delle città più colpite, aree boscate,
migliaia di ettari, sono state ridotte in cenere. Biodiversità andate
distrutte, anni di lavoro annullati, li dove si era tentato di
reimpiantare con l’opera di rimboschimento la quercia, un tempo, sino ad
epoca romana, caratteristica del promontorio. La pseudo steppa
mediterranea chiazzata di nero come quella dei boschi sono a
testimoniare il fallimento della protezione di questa importante zona di
cui non si è avuto rispetto.
Le mani incendiarie, perché di incendi dolosi si è trattato, hanno avuto facile possibilità di colpire agevolmente anche in contemporanea. Certo a volte fulmineo, altre volte no, è stata l’opera di spegnimento, ma la macchina della prevenzione, di quella non si può dire di potersi far vanto. Tanti gli interrogativi, uno su tutti, ad esempio: perché sulla torretta, poi interessata dal fuoco, costata un milione di euro, in località Acquatetta finanziata con i fondi 2000-2006 non era presidiata? Non c’era nessuno per dare l’allarme quando sono divampati gli incendi, innescati in più punti, sul territorio di Minervino Murge nei pomeriggi nefasti del 11 e 13 luglio? La Regione Puglia, prima di altri, i Comuni, le Province di Bari e Barletta-Andria-Trani hanno molto da spiegare sui loro piani antincendio che si sono dimostrati lacunosi.
Non si ha ancora un bilancio preciso dei danni all’ambiente e all’economia: di certo quest’ultimo da esprimere in milioni di euro. Quello che invece si è registrato di sicuro è il biasimo dei cittadini, spesso le uniche sentinelle del territorio che con i loro telefonini hanno dato l’allar me. Ad andare a fuoco boschi con piante resinose, meno pregiate, e conifere, anche in quelle zone dove con trappole fotografiche si è cercato di censire la presenza di cinghiali e del lupo. Uno sfregio.
“La speranza - sottolineava alla “Gazzetta” il direttore del Parco, Fabio Modesti - è che possa svilupparsi resilienza, ovvero quella capacità di un ecosistema di tornare ad uno stato simile a quello iniziale dopo avere subito uno stress”. Ma ci vorranno anni, tanti, tantissimi. In queste distruzioni abbiamo visto in azione sino allo sfinimento gli uomini dell’Airf, quelli del Corpo Forestale dello Stato, gli stagionali, volontari come i ragazzi del Servizio Emergenza Radio di Spinazzola e Polizia Municipale, ma quando gli alberi si fanno torce con lingue di fuoco alte decine di metri, non si può nulla. Si resta impotenti. La destrezza dei piloti degli aerei, mista a volte persino all’azzardo, è l’unica speranza. Sotto di loro il fuoco divampa inesorabile mangiando tra un lancio e l’altro decine di ettari di bosco. No, non è stato un anno meritevole di apprezzamento sulla difesa del territorio. Sulla Murgia manca la possibilità di isolare il fuoco quando divampa, di intervenire tempestivamente, soprattutto di prevenire la distruzione. Al prossimo tavolo di coordinamento, quello della conta sulle ferite da leccarsi, si spera prevalga un nuovo piano di azione e protezione vero del territorio. Su tutto aleggia l’inquietante domanda: “Tutto questo a chi giova?”
Le mani incendiarie, perché di incendi dolosi si è trattato, hanno avuto facile possibilità di colpire agevolmente anche in contemporanea. Certo a volte fulmineo, altre volte no, è stata l’opera di spegnimento, ma la macchina della prevenzione, di quella non si può dire di potersi far vanto. Tanti gli interrogativi, uno su tutti, ad esempio: perché sulla torretta, poi interessata dal fuoco, costata un milione di euro, in località Acquatetta finanziata con i fondi 2000-2006 non era presidiata? Non c’era nessuno per dare l’allarme quando sono divampati gli incendi, innescati in più punti, sul territorio di Minervino Murge nei pomeriggi nefasti del 11 e 13 luglio? La Regione Puglia, prima di altri, i Comuni, le Province di Bari e Barletta-Andria-Trani hanno molto da spiegare sui loro piani antincendio che si sono dimostrati lacunosi.
Non si ha ancora un bilancio preciso dei danni all’ambiente e all’economia: di certo quest’ultimo da esprimere in milioni di euro. Quello che invece si è registrato di sicuro è il biasimo dei cittadini, spesso le uniche sentinelle del territorio che con i loro telefonini hanno dato l’allar me. Ad andare a fuoco boschi con piante resinose, meno pregiate, e conifere, anche in quelle zone dove con trappole fotografiche si è cercato di censire la presenza di cinghiali e del lupo. Uno sfregio.
“La speranza - sottolineava alla “Gazzetta” il direttore del Parco, Fabio Modesti - è che possa svilupparsi resilienza, ovvero quella capacità di un ecosistema di tornare ad uno stato simile a quello iniziale dopo avere subito uno stress”. Ma ci vorranno anni, tanti, tantissimi. In queste distruzioni abbiamo visto in azione sino allo sfinimento gli uomini dell’Airf, quelli del Corpo Forestale dello Stato, gli stagionali, volontari come i ragazzi del Servizio Emergenza Radio di Spinazzola e Polizia Municipale, ma quando gli alberi si fanno torce con lingue di fuoco alte decine di metri, non si può nulla. Si resta impotenti. La destrezza dei piloti degli aerei, mista a volte persino all’azzardo, è l’unica speranza. Sotto di loro il fuoco divampa inesorabile mangiando tra un lancio e l’altro decine di ettari di bosco. No, non è stato un anno meritevole di apprezzamento sulla difesa del territorio. Sulla Murgia manca la possibilità di isolare il fuoco quando divampa, di intervenire tempestivamente, soprattutto di prevenire la distruzione. Al prossimo tavolo di coordinamento, quello della conta sulle ferite da leccarsi, si spera prevalga un nuovo piano di azione e protezione vero del territorio. Su tutto aleggia l’inquietante domanda: “Tutto questo a chi giova?”
di COSIMO FORINA
Fonte : Gazzetta del Mezzogiorno

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